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Ucraina e “terre rare”: mito o realtà?

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Le dichiarazioni di Trump sull’Ucraina e l’annunciato accordo sulle risorse minerarie del Paese hanno riacceso il dibattito sulla competizione globale per il controllo delle risorse strategiche, come litio e uranio. Tuttavia, il potenziale minerario ucraino è ostacolato da diversi fattori, tra cui il controllo russo e le difficoltà logistiche derivanti dalla guerra e dalla carenza di infrastrutture adeguate.

Trump, l’Ucraina e la corsa alle materie prime

Le dichiarazioni di Donald Trump sulle “terre rare” dell’Ucraina e l’annuncio di un “accordo storico” con Kiyv che contempli lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese in cambio di supporto finanziario e militare, hanno riacceso il dibattito sul controllo delle risorse strategiche. Ma dietro il rumore mediatico di possibili intese e grossi affari cosa si cela? È davvero un tesoro quello ucraino, o il famoso oro di Kyev è solo un miraggio? 

Mentre qualcuno è arrivato addirittura ad affermare che le “Terre rare non esistono”, un’analisi offerta dall’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, evidenzia piuttosto le criticità connesse all’estrazione e all’approvvigionamento delle materie prime critiche, problematiche che un occhio più attento non ha difficoltà a mettere a fuoco. 

L’Ucraina, un tesoro minerario conteso da prima della guerra

Che l’Ucraina fosse al centro delle attenzioni internazionali per le sue vaste riserve minerarie non è una novità, ma soprattutto è una questione antesignana al conflitto russo ucraino. La guerra non ha fatto altro che rafforzare la competizione per il controllo di queste risorse, di cui la stessa NATO ha evidenziato l’importanza nel complesso quadro geopolitico internazionale. 

Con il 5% delle risorse minerarie globali, spalmate su un territorio che è pari allo 0,4% dell’intero emisfero, l’Ucraina è indubbiamente un hub strategico per materiali critici come litio, grafite, titanio e uranio (2% delle riserve mondiali). In particolare, la primaria fonte di ricchezza per gli interlocutori occidentali, è rappresentata dall’Ukranian Shield, una regione geologica di circa 250.000 km2 compresa tra i fiumi Nistro e Bug e che si stende al Mare d’Azov e nel sud del Donbass. Secondo il Servizio Geologico Ucraino, il paese avrebbe riserve stimate di litio – l’oro bianco per le batterie – tra le 500.000 tonnellate metriche e le 700.000 (un terzo di quelle conosciute sul continente).

Geopolitica ed economia: il ruolo degli USA e dell’UE

In questo scenario, gioca un ruolo cruciale il diverso approccio di Unione Europea e Stati Uniti. Prima che scoppiasse la guerra, l’UE aveva già avviato partnership con l’Ucraina per garantirsi l’accesso a 20 delle 33 materie prime critiche. Tuttavia, la Comunità Europea, per vicinanza geografica e obiettivi strategici del Green Deal e dell’European Critical Raw Materials Act, può tuttora presentarsi come un partner più accondiscendente, mentre l’amministrazione Trump sembra orientata verso una politica più aggressiva. Oltretutto l’orientamento del Tycoon va nella direzione opposta alla transizione energetica e paradossalmente, in base ai dati ISPI, andrebbe a guadagnarci davvero poco. L’unico comune denominatore, in questo contesto, è rappresentato dalla volontà di isolare la Cina.

Il problema però, è che la ricostruzione del settore minerario ucraino richiede infrastrutture, investimenti e collaborazioni internazionali, che al momento non vi sono. 

Inoltre, secondo ISPI, gran parte di queste risorse energetiche e minerarie ora sarebbero sotto il controllo russo, per un valore stimato di circa $12.000 miliardi di dollari

L’accesso alle terre rare è connesso alla ricostruzione industriale

È dunque chiaro che l’estrazione delle risorse naturali ucraine è intimamente connessa al rilancio dell’economia del Paese.

L’estrazione di minerali critici, come litio e terre rare, richiede investimenti, partnership strategiche e tecnologie avanzate, attualmente dominate dalla Cina. Sarà fondamentale ricostruire infrastrutture industriali ed energetiche, gravemente danneggiate dal conflitto (30% delle strutture generali e 50% di quelle energetiche distrutte).

Il settore minerario, che nel 2021 rappresentava il 6,1% del PIL e il 30% delle esportazioni, necessita di supply chain internazionali per tornare competitivo.

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